La vegetariana – Han Kang

La vegetariana di Han Kang
176pg
Adelphi
Ottobre 2016
Letto il 18/01/17
#4 del 2017
⭐⭐⭐
«Ho fatto un sogno» dice Yeong-hye, e da quel sogno di sangue e di boschi scuri nasce il suo rifiuto radicale di mangiare, cucinare e servire carne, che la famiglia accoglie dapprima con costernazione e poi con fastidio e rabbia crescenti. È il primo stadio di un distacco in tre atti, un percorso di trascendenza distruttiva che infetta anche coloro che sono vicini alla protagonista, e dalle convenzioni si allarga al desiderio, per abbracciare infine l’ideale di un’estatica dissoluzione nell’indifferenza vegetale. La scrittura cristallina di Han Kang esplora la conturbante bellezza delle forme di rinuncia più estreme, accompagnando il lettore fra i crepacci che si aprono nell’ordinario quando si inceppa il principio di realtà – proprio come avviene nei sogni più pericolosi.

Una sola parola in questo momento mi sovviene per descrivere questo romanzo: strano. Lo so, è un termine banalotto, ma davvero, più ci penso e più mi sembra l’unico aggettivo adatto.
“Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante”. Con questa frase inizia la prima parte della nostra storia. È il marito di Yeong-hye il primo a raccontarci della scelta della moglie di smettere di mangiare prodotti animali. La donna, una moglie ordinaria, mansueta e tranquilla, in seguito a un sogno fatto una notte, decide di nutrirsi di soli vegetali e di introdurre solo quelli in casa, costringendo così anche il marito alla medesima scelta di vita, perlomeno tra le mura domestiche. E fin qua, niente di troppo assurdo, si potrebbe pensare, anche se in realtà si avverte subito una stonatura, si capisce che c’è qualcosa in Yeong-hye che non va, ma in realtà potrebbe essere il marito a dipingercela in modo distorto, arrabbiato per la sua scelta e la mancanza di rispetto nei suoi confronti. Si intervallano però al suo punto di vista una serie di brevi racconti dei sogni della donna, quei sogni che l’hanno portata a fare la sua scelta, e diventa subito chiaro che c’è qualcosa di molto più grosso sotto la faccenda, non solamente un etico intento. Yeong-hye dimagrisce a vista d’occhio, rifiutando praticamente quasi qualsiasi alimento, dorme pochissimo, pare non avere più alcun interesse e inoltre essere diventata incapace di interagire in contesti sociali. Questa sua lenta e costante discesa ci verrà descritta in tutte le tre parti del romanzo, prima da suo marito, poi dal cognato e infine dalla sorella, mai dal suo punto di vista. E questa è una delle cose che mi hanno lasciato l’amaro in bocca, perché solo Yeong-hye avrebbe potuto davvero far luce su quello che le stava succedendo: i resoconti dei parenti ci illustrano sicuramente le conseguenze delle scelte operate dalla donna su coloro che la circondano, ma su cosa passi davvero per la sua testa noi possiamo solo fare congetture, illazioni, supposizioni, possiamo trarre le nostre conclusioni, ma dove stia veramente la realtà dei fatti, alla fine, non abbiamo modo di saperlo. E mentre solitamente questa è una cosa che apprezzo nei libri, qui è stato diverso, probabilmente perché, nonostante la prima parte mi avesse preso molto, mi sono ritrovata a trascinarmi attraverso la seconda, che per quel che mi concerne raggiunge dei picchi notevoli di assurdità, e sono arrivata stanca alla terza, desiderosa sola di sapere una volta per tutte come stavano le cose. C’è inoltre da dire che ho un rapporto piuttosto conflittuale con gli scrittori orientali, e nello specifico fatico ad adattarmi al loro stile di scrittura così distaccato, quasi asettico, privo di forti emozioni.

Molto interessanti sono i piccoli flash che ci descrivono la società coreana, in cui è evidente che la donna viene considerata inferiore all’uomo e sua sottomessa. Del resto, già all’inizio del romanzo, il marito di Yeong-hye lo rende ben chiaro, e continuando nella lettura il conoscere il padre della donna, un uomo iracondo e violento, non ci lascerà più alcun dubbio in proposito. Non sapevo inoltre nulla della vera e propria avversione che pare esserci in Corea nei confronti della scelta alimentare vegetariana, che pare quasi una sorta di sacrilegio. Che poi in realtà Yeong-hye non è che decida di diventare vegetariana, in questo senso il titolo è fuorviante: sin dall’inizio infatti la donna elimina non solo carne e pesce, ma anche tutti i prodotti di derivazione animale. Ah, allora vuol diventare vegana, direte voi. L’ho pensato anch’io all’inizio, ma in realtà non è neppure questo. Yeong-hye sin dall’inizio ha un’alimentazione sregolata, deperisce, sembra quasi detestare proprio l’atto del mangiare prima, e qualsiasi altro atto poi. Il termine “vegetariana”in questo caso indica più l’aspirazione della donna a voler diventare altro da sé, a voler diventare un vero e proprio vegetale. Ma questo, perché? Questo romanzo, in realtà, cos’è? Il racconto della discesa di una donna nella follia? Una metafora della ribellione alle convenzioni sociali? Una commistione delle due cose, come a suggerirci che la nostra resistenza all’omologazione può portarci solo all’alienazione? O questa alienazione finale è in realtà una vittoria, la vittoria di Yeong-hye che finalmente si è potuta staccare da tutto e da tutti, incurante di tutto e tutti?

Molti sono i quesiti che mi rimangono al termine della lettura di questo romanzo, accompagnati da un senso di insoddisfazione, incompletezza e occasione mancata.

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