Se questo è un uomo – Primo Levi

Se questo è un uomo di Primo Levi
209pg
Einaudi
Letto il 09/03/2017
#9 del 2017
⭐⭐⭐⭐
Primo Levi, reduce da Auschwitz, pubblicò “Se questo è un uomo” nel 1947. Einaudi lo accolse nel 1958 nei “Saggi” e da allora viene continuamente ristampato ed è stato tradotto in tutto il mondo. Testimonianza sconvolgente sull’inferno dei Lager, libro della dignità e dell’abiezione dell’uomo di fronte allo sterminio di massa, “Se questo è un uomo” è un capolavoro letterario di una misura, di una compostezza già classiche. È un’analisi fondamentale della composizione e della storia del Lager, ovvero dell’umiliazione, dell’offesa, della degradazione dell’uomo, prima ancora della sua soppressione nello sterminio.

La nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.

Sono lacunosa in moltissimi settori e la storia non fa certo eccezione: ci sono però degli avvenimenti di cui tutti noi siamo più o meno a conoscenza, e uno di questi sono sicuramente le persecuzioni della seconda guerra mondiale, i rastrellamenti e la segregazione nei campi di concentramento.

Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta.

Se questo è un uomo è la testimonianza diretta della terribile esperienza vissuta da Primo Levi nel Lager. Da ebreo italiano, Levi ci racconta del viaggio sul treno della morte, stipato in un vagone gelido e privo di ricambio d’aria, e della sua permanenza e fortuita sopravvivenza nel campo di concentramento. Non ci viene risparmiato nulla: vessazioni, privazioni, umiliazioni. I reclusi non vengono più considerati come persone, e neppure come animali. Sono solo un fastidio, un qualcosa di troppo, un’appendice scomoda. Vengono costretti a lavori pesanti e per lo più privi di un qualsiasi scopo, vengono mandati a morte in modo del tutto casuale, come se fossero semplici cartacce da buttare. Vengono schiacciati sotto il peso del sapere che l’unica loro colpa è l’essere in vita. Ma c’è una cosa che più di tutto mi ha colpito di questo libro, che mi ha stretto lo stomaco, e non sono stati i tedeschi.

È stata la trasformazione dei prigionieri. È stato vedere la loro perdita di umanità. È stato vedere il materializzarsi di quell’antico detto, Mors tua vita mea: è stata questa la cosa che più di tutto mi ha devastato. Sarebbe ridicolo, da parte mia, il lanciarmi in affermazioni del tipo “Eh ma io non avrei mai…”, perché penso davvero che non ci sia alcun modo di immaginare, anche solo lontanamente, cosa possa essere stato vivere in un campo di concentramento. Però è stato destabilizzante toccare con mano come i tedeschi, in un certo senso, fossero riusciti nel loro intento, andando oltre lo sterminio e l’uccisione, togliendo ad ogni individuo la propria scintilla di umanità: annientandolo.


Giudichi ognuno […] quanto del nostro comune mondo morale potesse sussistere al di qua del filo spinato.

E mi fa rabbrividire il pensiero di cosa l’uomo possa diventare, in situazioni estreme. Forse perché non sono sicura che, da questi fatti, abbiamo imparato qualcosa.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno. 
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

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