Le nostre anime di notte – Kent Haruf

Le nostre anime di notte di Kent Haruf
200pg
NN editore
Febbraio 2017
Letto il 13/03/2017
#11 del 2017
⭐⭐⭐⭐⭐
«Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna, li cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.» È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me? Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto. Dopo la Trilogia della Pianura, Le nostre anime di notte è il sigillo perfetto all’opera di Kent Haruf, uno dei più grandi interpreti della letteratura americana contemporanea.

Per non aver sentito parlare recentemente di Kent Haruf bisogna aver vissuto più o meno nello spazio. La sua Trilogia della pianura me la son vista letteralmente sbattere in faccia ovunque, su youtube, sui blog, in libreria, in biblioteca, addirittura al supermercato. Devo ammetterlo, tutto questo martellamento mi ha incuriosito, ma ero intimorita dall’idea di approcciarmi a una serie. Poi è uscito Le nostre anime di notte: ho chiesto a chi aveva familiarità con l’autore e mi è stato detto che potevo leggerlo tranquillamente senza aver letto prima la trilogia. Evvai, ho pensato, prima o poi ci farò un pensierino. E poi è arrivato uno di quei periodi un po’ no, di quelli in cui ho bisogno di rifugiarmi nei libri, e questo sembrava proprio chiamarmi e, che dire, in poche ore l’ho letto tutto. E l’ho amato.

Addie e Louis sono due anziani vicini di casa che vivono a Holt, in Colorado. Entrambi sono rimasti soli, entrambi sono alla ricerca di qualcosa. E tutto ha inizio quando Addie prende il coraggio a due mani e chiede a Louis se è disposto ogni tanto ad andare a dormire da lei. Senza vergogna, senza impegno, un modo per affrontare la solitudine. Inaspettatamente, Louis accetta, dando il via a un rapporto man mano sempre più stretto tra i due e sempre più vero. È proprio questo che tanto mi ha colpito del romanzo, il rapporto che si instaura tra Louis e Addie: una storia sicuramente di amicizia, in parte anche di amore, ma soprattutto una storia che non ha bisogno di fronzoli, che non sottosta alle convenzioni sociali, i cui protagonisti non si preoccupano di ciò che possono pensare gli altri e vivono ogni giorno il qui e l’ora con estrema semplicità e sincerità, consci che il tempo a loro disposizione non è eterno. Quante volte, in una relazione, talvolta ci guastiamo i momenti migliori perché impegnati a pensare al domani, a cosa potrebbe pensare l’altro, a come siamo imperfetti e manchevoli. Louis e Addie, invece, a un certo punto, se ne fregano proprio e si dedicano alla vita con pienezza. Questo non significa certo che diventino egoisti: quando nella loro vita piomba il nipote di Addie, semplicemente i due adattano il rapporto alla nuova presenza, senza sotterfugi, senza intrighi, semplicemente riempiendo gli spazi con tanto amore, nulla più.

Il tempo e la sua finitudine sono concetti più volte ribaditi nel romanzo, scanditi da eventi imprescindibili e improrogabili quali la morte delle persone amate. Quando ho iniziato la lettura, l’ho fatto a scatola chiusa, e non sapevo che Haruf avesse scritto questo romanzo agli sgoccioli della propria vita: ora che lo so, riconosco nel succedersi dei capitoli e delle pagine l’urgenza dell’autore non solo di completare il romanzo, ma di mostrare ai suoi lettori come, anche nei momenti più impensati, si debba continuare a vivere pienamente, perché nel momento in cui mettiamo piede su questa terra siamo destinati a un tempo finito.

Ma ciò che più mi ha colpito è come il tutto abbia inizio da una richiesta che ai più parrebbe assurda, quasi blasfema: vuoi passare le notti da me? È stato a questa domanda, alle primissime pagine, che ho capito che questo libro mi aveva in suo potere: perché io la richiesta di Addie la capisco, e la capisco pienamente, e se avessi la sua età probabilmente farei quello che ha fatto lei. Perché è inutile, la notte è sempre il momento peggiore. Quelle ore infinite che non passano mai, in cui passi il tempo a pensare e a ripensare a cosa avresti dovuto non dire, a cosa avresti potuto fare diversamente, a come saresti dovuta intervenire in determinati contesti. E il tuo cervello macina chilometri, saltando da un senso di colpa a un altro, da un ricordo triste all’altro, dilatando a dismisura il tempo e impedendoti di prendere sonno. E quando finalmente il tuo fisico si arrende i tuoi sogni sono costellati da tutto quello che hai rimuginato sino a quel momento e il tormento continua, tanto che al risveglio ti senti come se neppure avessi chiuso occhio. Così cominci a odiare la notte, a temerla, a fare di tutto per distrarti. Ma l’antidoto che sceglie Addie, secondo me, è l’unico davvero funzionante: avere qualcuno accanto, qualcuno con cui semplicemente parlare, con cui condividere esperienze, o a volte solo ascoltare. È semplice “calore umano”; è l’antidoto a qualsiasi infelicità.

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