Depressione e tristezza non sono sinonimi – Parla, mia paura di Simona Vinci

Ho passato settimane senza leggere un libro. O meglio, ne ho iniziati a bizzeffe, concluso nessuno, giusto qualche illustrato per bambini. Settembre per me, come Aprile, è sempre un mese molto difficile, un periodo in cui sprofondo, ogni volta sempre di più, nelle Paludi della Tristezza. Parla, mia paura di Simona Vinci doveva essere l’ennesimo libro iniziato tanto per fare, non sapevo neppure di cosa trattasse, avevo pensato di dargli una possibilità solo perché era corto. E poi. E poi mi sono ritrovata descritta tra quelle pagine e improvvisamente mi sono sentita meno sola.

Avrei continuato a morire finché non sarei morta davvero.

©2015-2017 KerenStanleyA volte non è per niente facile alzarsi la mattina. Non perché hai diecimila cose da fare, non perché hai sonno (anche se probabilmente non hai chiuso occhio) o perché ti aspetta un compito difficile: perché non ne vedi in alcun modo il senso. Che tu ti alzi o meno, non ci sarà alcuna differenza, perché tanto non c’è alcun orizzonte davanti a te, alcun futuro. Anzi, l’alzarti sarà solo fonte di altri problemi, fatica, tristezza e angoscia. E no, niente potrà risollevarti, niente potrà migliorare il tuo stato: intanto perché, anche nel remoto caso in cui succedesse una cosa lontanamente positiva, già sai che avrà vita breve e subito qualcosa di negativo la soppianterà. E poi, come può succedere qualcosa di buono a te, che alla tua età ancora non sei nessuno, che arranchi lungo il sentiero della vita un giorno dopo l’altro, non arrivando mai a nulla, non concludendo mai nulla, non servendo a nulla?
Come può succedere qualcosa di buono a te, che in realtà sei solo un problema? Non può. Del resto, non te lo meriti.

Simona Vinci tutto questo lo mette per iscritto in modo magistrale: senza arzigogoli, voli pindarici o metafore di dubbia assonanza, condensa in poco più di cento pagine quello che passa per la testa di chi attraverso la depressione ci è passato per davvero. Senza falsi buonismi, senza pietismo: dipinge le cose come sono e come sono state per lei, nel bene e nel male, restituendoci una realtà che molti ignorano o minimizzano. Essere un po’ tristi non è essere depressi. Una cioccolata calda non ti farà passare tutto. Neanche la ragione, il pensiero razionale, riesce ad aiutarti, dal momento che è proprio il tuo cervello che ti richiude in una gabbia senza uscita. E anche quando riesci a superare l’acme, il periodo terribile di down, una consapevolezza rimarrà sempre latente nel tuo cervello, pronta a riaffiorare nei momenti meno opportuni: nessuno può darti la certezza che non ricapiterà. Ma, nonostante questo, Simona Vinci ci mostra come qualcosa si possa comunque fare: lottare. Provarci. Chiedere aiuto. Per cercare di relegare il mostro il più a lungo possibile in un angolo mentre ci armiamo per il suo prossimo inevitabile attacco.
Simona Vinci mi ha fatto capire che non sono l’unica.

Un dolore troppo forte resta muto.

Nolite te bastardes carborundorum.

Parla, mia paura di Simona Vinci
Einaudi
121 pg
Settembre 2017

“Simona Vinci si immerge nella propria paura e cerca un linguaggio per confessarla. L’ansia, il panico, la depressione spesso restano muti: chi li vive si sente separato dagli altri e incapace di chiedere aiuto. Ma è solo accettando di «rifugiarsi nel mondo» e di condividere la propria esperienza che si sopravvive. La stanza protetta dell’analista e quella del chirurgo estetico, che restituisce dignità a un corpo di cui si ha vergogna, l’inquietudine della maternità, la rabbia della giovinezza, fino allo strappo iniziale da cui forse tutto ha avuto origine. Scavando dentro sé stessa, Simona Vinci ci dona uno specchio in cui rifletterci. Si affida alle parole perché «le parole non mi hanno mai tradita». Perché nella letteratura, quando la letteratura ha una voce così nitida e intensa, tutti noi possiamo trovare salvezza. È cominciata con la paura. Paura delle automobili. Paura dei treni. Paura delle luci troppo forti. Dei luoghi troppo affollati, di quelli troppo vuoti, di quelli troppo chiusi e di quelli troppo aperti. Paura dei cinema, dei supermercati, delle poste, delle banche. Paura degli sconosciuti, paura dello sguardo degli altri, di ogni altro, paura del contatto fisico, delle telefonate. Paura di corde, lacci, cinture, scale, pozzi, coltelli. Paura di stare con gli altri e paura di restare da sola. Nel posto in cui vivevo allora arrivava il richiamo lacerante dei piccoli rapaci notturni nascosti tra i rami degli alberi. Di notte, l’inferno indossava la maschera peggiore. Di notte, quando nelle case intorno si spegnevano tutte le luci, tutte le voci, quando sulla strada il fruscio delle automobili e dei camion si assottigliava.”

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