Siamo tutti migranti attraverso il tempo – Exit west di Mohsin Hamid

Si è fatto un gran parlare di Exit West: inserito nella lista dei papabili per il Man Booker Prize, ha ricevuto un consenso di pubblico pressoché unanime. Ne ho sentito così tanto parlare e così bene, che ho deciso di leggerlo, dato che avevo proprio voglia di una lettura breve e di qualità. Ora, non so se ho scelto il momento sbagliato io, se magari non l’ho capito o se ho comprato un altro libro, ma per me questo romanzo è stato una delusione. Cocente aggiungerei, dato quanto lo avevo sentito osannare.

Quando emigriamo assassiniamo coloro che ci lasciamo alle spalle.

30688435I protagonisti della storia sono due, Saeed e Nadia (Lost anyone?!), due giovani che vivono in una non ben precisata città sconvolta dalla guerra: assistiamo a una rapida e terribile escalation dei divieti e soprattutto delle violenze, mentre i due si stringono sempre più uno all’altro, sino a decidere di lasciare il paese. In tutto il mondo stanno comparendo delle porte “magiche”, che consentono a chi le attraversa di ritrovarsi catapultato altrove: Nadia e Saeed, preda della disperazione, decidono di tentare questa via di fuga, iniziando così il loro esilio con la speranza di salvarsi la vita.

Accattivante, non trovate? Di elementi per farne un gioiellino, secondo me, ce n’erano molti. Eppure, dopo un inizio positivo, mi sono trascinata queste 152 pagine per più di una settimana, all’ultimo addirittura tentata di saltare alcune parti, cosa che non credo di aver mai fatto in vita mia. Certo, avrei potuto abbandonarlo, ma continuavo a sperare che all’improvviso mi avrebbe stupito, mi avrebbe coinvolto, ammaliato: del resto, è stato giudicato una perla rara praticamente da tutti. Ma niente, la scintilla non è scattata e io mi sono ritrovata a tirare un sospiro di sollievo una volta girata l’ultima pagina.

Diverse sono le cose che, per quel che mi riguarda, non hanno funzionato, ma diciamo che il tutto può riassumersi con un unico concetto: tutto, in questo romanzo, è solo abbozzato.
Nadia e Saeed non vengono sufficientemente approfonditi, passiamo più di cento pagine in loro compagnia ma le cose che di loro sappiamo sono sempre le solite, sembrano quasi delle macchiette con due, tre caratteristiche peculiari, e tanto dobbiamo farci bastare. Tutto quello che accade loro e intorno a loro, anch’esso descritto in maniera sommaria, li cambia, certo, ma in realtà neanche tanto, sembra quasi solo esacerbare quei pochi tratti del loro carattere che già conoscevamo. Non traspare l’emozione, il sentimento, positivo o negativo che sia: durante tutta la lettura, complice la scrittura asciutta ed eccessivamente semplicistica, si avverte un forte distacco, cosa che in un testo del genere trovo deleteria. L’autore mette un sacco di carne al fuoco, ma è tutto superficiale e frammentato. L’immigrazione, le radici e le differenze culturali, tutto è gettato lì, con scarsa considerazione. Persino il dolore generato dal saltare da un posto all’altro, senza mai sentirsi al sicuro, sembra minimizzato. Sembra tutto così finto.

L’espediente poi delle “porte magiche” è stato veramente mal sfruttato: tolto il fatto che niente viene spiegato circa esse, esse agiscono da Deus ex machina, comparendo proprio quando gli servo. Ma volendo sorvolare su questo, il vero problema è un altro: l’inserimento di queste porte, consente all’autore di introdurre un argomento spinoso, e cioè quello dell’immigrazione clandestina e dello sfruttamento di questo business da parte degli “scafisti” (o sarebbe meglio dire “portisti”?), ma anche questo è solo un’altra cosa buttata lì, che lascia un po’ il tempo che trova. Per non parlare dell’integrazione dei clandestini: ci sono conflitti, movimenti di ribellione e quant’altro e poi il tutto pare risolversi in una bolla di sapone.

È come se invece che un romanzo avessi letto gli appunti redatti dallo scrittore prima di procedere alla vera e propria stesura. Un’occasione mancata, per quel che mi riguarda.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

Exit west di Mohsin Hamid
Einaudi
152 pg
Aprile 2017

«In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiú in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò». Saeed è timido e un po’ goffo con le ragazze: così, per quanto sia attratto dalla sensuale e indipendente Nadia, ci metterà qualche giorno per trovare il coraggio di rivolgerle la parola. Ma la guerra che sta distruggendo la loro città, strada dopo strada, vita dopo vita, accelera il loro cauto avvicinarsi e, all’infiammarsi degli scontri, Nadia e Saeed si scopriranno innamorati. Quando tra posti di blocco, rastrellamenti, lanci di mortai, sparatorie, la morte appare l’unico orizzonte possibile, inizia a girare una strana voce: esistono delle porte misteriose che se attraversate, pagando e a rischio della vita, trasportano istantaneamente da un’altra parte. Inizia così il viaggio di Nadia e Saeed, il loro tentativo di sopravvivere in un mondo che li vuole morti, di restare umani in un tempo che li vuole ridurre a problema da risolvere, di restare uniti quando ogni cosa viene strappata via. Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Mohsin Hamid sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti planetari che stiamo vivendo e allo stesso tempo stringere sul dettaglio sfuggente e delicato delle vite degli uomini per raccontare la fragile tenerezza di un amore giovane. In un certo senso Hamid ha ripetuto per l’oggi quello che i classici dell’Ottocento, ad esempio Guerra e pace, hanno sempre fatto: raccontare l’universale della Storia attraverso il particolare dei destini individuali, riportare ciò che è frammentario, l’esperienza del singolo, alla compiuta totalità dell’umano.

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